martedì 9 febbraio 2010

“S”, il mensile dei siciliani onesti


Intervista a Claudio Reale, coordinatore editoriale del periodico antimafia
“La nostra più grande prospettiva futura: affiancare alle inchieste sulla mafia, che sono il cuore della rivista, servizi su tutto quel che di marcio c'è nell'Isola, a partire dalla cattiva gestione del denaro pubblico che ha portato a enormi buchi di bilancio in molti enti locali”

pubblicato sul mensile "Il Bene Comune" febbraio 2010

Palermo, come Berlino in Germania, non è genericamente Sicilia. E’ altro. In genere un siciliano fuori dall’isola, si definirà normalmente un siciliano. Un palermitano invece, orgogliosamente, sarà sempre e prima di tutto un palermitano. Dentro questa città sono concentrate enormi contraddizioni secolari che, nonostante tutto, continuano a sviluppare un equilibrio unico, un humus fertile che dai fenici, passando per i greci e gli arabi, normanni e spagnoli, contribuisce a rendere questa realtà semplicemente irripetibile nell’intera area del Mediterraneo. Ma Palermo rappresenta purtroppo anche la terra martoriata da mafia e malaffare, la città di Falcone e Borsellino, quella stessa città che ha conosciuto la sua primavera scendendo in piazza e sulle strade e che oggi, pur soffrendo, non si arrende. Lo dimostrano le sue librerie, i suoi circoli, la vivace vita culturale, i suoi intellettuali, gli artisti, i ragazzi che affollano i locali dove si suona dal vivo nel centro storico. Lo dimostra l’esistenza di un mensile come “S – il magazine che guarda dentro la cronaca” che, al suo quarto anno di vita, attraverso una redazione giovane e motivata, è riuscita a creare un prodotto editoriale che racconta, attraverso inchieste particolareggiate, i fatti di mafia e contribuisce, attraverso un dibattito serrato, alla lotta contro la criminalità organizzata. Una testimonianza di impegno civile, senza dubbio, presentata da Claudio Reale, coordinatore editoriale del mensile.
«“S” è nato quasi per scommessa – afferma Reale - la nostra casa editrice, la Novantacento, pubblicava già un mensile di costume, “I love Sicilia”, che si propone l'obiettivo di raccontare la Sicilia bella, insomma le storie di imprenditori e personaggi di successo che non si sono rassegnati alla sicilitudine, all'assistenzialismo, e hanno provato a investire sulle proprie idee. Alla fine di novembre del 2007 ci siamo resi conto che non potevamo tacere un altro aspetto dell'Isola, quello che riguarda Cosa nostra, e allora, prendendo spunto dall'arresto di Sandro e Salvatore Lo Piccolo, abbiamo deciso di lanciare in edicola quello che nelle nostre idee doveva essere un numero unico, una sorta di instant book in forma di rivista. Il successo è stato enorme: le 15 mila copie che avevamo stampato sono andate esaurite nel giro di pochi giorni. Così abbiamo deciso di far nascere questa nuova testata, che nel tempo ha deciso di differenziarsi, raccontando non solo le vicende di mafia ma più in generale il malaffare che riguarda la Sicilia. Credo che proprio questa sia la nostra più grande prospettiva futura: affiancare alle inchieste sulla mafia, che sono il cuore della rivista e ovviamente non verranno meno, servizi su tutto quel che di marcio c'è nell'Isola, a partire dalla cattiva gestione del denaro pubblico che ha portato a enormi buchi di bilancio in molti enti locali.»
Dopo il doveroso "cappello" vorrei domandarti, invece, quale tipo di aiuto avete avuto dalle istituzioni (se esistono aiuti in questo senso) e dal mondo delle imprese, in particolare dall'Assoindustria, rispetto alla raccolta pubblicitaria...
“S” ha deciso di non chiedere pubblicità alle istituzioni. Se queste vogliono lanciare campagne e coinvolgerci che ben venga, ma non saremo noi a bussare alle loro porte. Abbiamo deciso così di rivolgerci principalmente ai privati. E questo è uno dei tasti dolenti: la rivista si finanzia quasi esclusivamente con le vendite perché la raccolta pubblicitaria, in un mensile che si occupa di temi scomodi, fa fatica a decollare. C'entrano probabilmente la crisi dell'editoria e le difficoltà che le imprese hanno nel trovare liquidità. Ma non credo si tratti solo di questo.”
Nel tuo editoriale affermi che il 2009 non è stato un buon anno per la politica giudiziaria, nonostante gli arresti eccellenti di fine anno. Cosa occorrerebbe in questa direzione nel nuovo anno?
“Beh, il nuovo anno si è aperto con una notizia non delle migliori: la revoca dell'isolamento diurno a Giuseppe Graviano, pur essendo per i magistrati che l'hanno decisa un atto dovuto, non è un buon avvio per il 2010. Credo che il nuovo anno debba portare il ritiro del ddl sulle intercettazioni, che ci impedirebbe di svolgere il nostro lavoro di giornalisti, e di quello sul processo breve, ma anche provvedimenti più chiari sui “buchi” negli organici delle Procure: il trasferimento coatto prospettato da Angelino Alfano, a mio avviso, non è una buona idea, perché rischia di creare scompensi nelle Procure che “cedono” magistrati. Poi la politica dovrebbe fare marcia indietro sulla vendita dei beni confiscati, un grandissimo regalo alle mafie. Infine bisognerebbe inasprire le pene per l'associazione mafiosa, oggi troppo lievi, e definire meglio proprio il concetto di isolamento diurno ed esternderne l'applicazione: a che serve impedire a un detenuto di comunicare con l'esterno se poi può incontrare altri detenuti che invece possono parlare con chi vogliono?”
Nel vostro mensile ospitate interventi di esponenti della magistratura; avete ricevuto critiche o pressioni dal mondo politico per questo?
“Il mensile ospita sin dal suo primo numero un'analisi a cura di un pm in prima linea come l'aggiunto Antonio Ingroia, per il quale Raccuglia progettava un attentato, e nei mesi anche altri magistrati ci hanno chiesto di pubblicare loro interventi. Non abbiamo mai ricevuto critiche per questo, né troverei normale che ne arrivassero. Il nostro obiettivo è creare un dibattito fra esponenti delle istituzioni: se un politico ci chiedesse di ospitare una sua riflessione faremmo lo stesso. Purché, ovviamente, si tratti di analisi delle vicende, per l'appunto di un contributo al dibattito, e non di un intervento dal sapore elettoralistico.”
Intanto vorrei sapere cosa ne pensi delle ultime dichiarazioni eclatanti di Massimo Ciancimino sui rapporti tra servizi segreti, Gladio, capimafia e politica, anche alla luce del materale sequestrato a Raccuglia...
“Quel che Massimo Ciancimino sta raccontando ai magistrati è uno spaccato particolarmente grave della storia recente del Paese. Certo, bisognerà verificare se il figlio del sindaco del Sacco di Palermo sia attendibile, ma è chiaro che non sempre, negli ultimi vent'anni, gli esponenti delle istituzioni sono stati realmente al servizio della democrazia. Anche la sentenza del processo Andreotti, che pur assolvendolo per intervenuta prescrizione lascia grandi ombre sul suo passato fino al 1980, testimonia questo rapporto fra pezzi dello Stato – politici, ma anche burocrati, esponenti delle forze dell'ordine e dei servizi – e Cosa nostra. Qualcuno ha teorizzato che i nuovi capi della mafia siano “colletti bianchi”: io penso più a un collateralismo, a una forma di mutua assistenza.”
E' chiaro che mafia non è solo pistole e ordigni ma anche intrecci, spesso fitti, con la politica. Che percezione si ha oggi rispetto al passato di fronte a questo fenomeno?
“Ecco, credo che il punto sia proprio questo. Io credo che la politica, o meglio che certa politica, non possa fare a meno di Cosa nostra, perché questa rappresenta grandi bacini di voti anche attraverso le assunzioni clientelari. Era una delle priorità già per Giovanni Falcone e, adesso più che mai, è diventato un'emergenza. Davanti alla quale ci si deve presentare senza preclusioni ideologiche: io credo che sia l'una che l'altra parte politica abbiano zone grigie nelle quali far pulizia. Solo con una presa di coscienza decisa da tutti gli schieramenti si può passare a una nuova stagione di sincera antimafia.”
Palermo è invasa dalla spazzatura, il commissariamento è concluso. Cosa rimarrà di questa scelta politica? Esistono indagini in corso da parte della magistratura su questo fenomeno che non è comunque nuovo nel Mezzogiorno?
“C'è un'indagine di tipo amministrativo sul buco dell'Amia, l'azienda municipalizzata per l'igiene ambientale. Su questo fronte bisogna stare molto attenti: sui rifiuti come sulla sanità, da sempre, l'attenzione della mafia è altissima e dunque non bisogna abbassare la guardia. Anche se quel che è successo finora è dovuto, credo, alla cattiva amministrazione e non all'ingerenza della criminalità organizzata, bisogna impedire che Cosa nostra supplisca alla sostanziale assenza dello Stato.”
Infine il lavoro di giornalista in una rivista specializzata in fatti di mafia. Come vive un giornalista che ogni giorno deve entrare in contatto con fonti, documenti e testimonianze raccolte spesso in strada? Senza enfatizzare ma neanche riducendo i possibili pericoli di questa professione nella realtà siciliana, quali sono i pensieri, i timori, le speranze di un giornalista antimafia oggi?
“C'è un episodio che racconto spesso: in uno dei primissimi numeri di “S” ci è capitato di raccontare l'arresto di una persona che lavora vicino alla redazione del mensile e quindi incontravamo ogni mattina. La mafia, a Palermo, è sempre dietro l'angolo, a un passo da casa nostra, come ha sintetizzato efficacemente nell'immagine dei “cento passi” Marco Tullio Giordana. Eppure io vivo questo lavoro quasi con incoscienza: forse perché siamo giovani – il più anziano della redazione, il direttore Francesco Foresta, ha poco più di 40 anni, io ne ho 28 – o forse perché questo è il momento giusto per rinnovare l'attenzione sulla mafia, o forse semplicemente perché questo lavoro, il mestiere di cronista, non avrebbe senso se lo facessimo in maniera diversa, io non credo che ci siano pericoli. O meglio, credo che non potrei comportarmi diversamente.”

“S” aderisce alla campagna di “Addiopizzo”. Per quanti vogliano abbonarsi, è possibile contattare la redazione, in Viale della Libertà 34 a Palermo, telefonando allo 091.7308921.

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