venerdì 27 aprile 2007

LE MECAP AI PIEDI


Roma, Primavalle, un giorno qualsiasi della secondà metà degli anni 70. Si scendeva in strada il prima possibile, la scuola per quelli del primo turno finiva alle 13.30, un boccone veloce a casa con la solita minestra e via giù in strada. La mamma strillava un po', ma era impossibile fermarmi. Si scendeva sotto casa, si trovava un pallone si facevano due squadre che non erano mai pari, c'era sempre uno in più ma la partita iniziava.

Il proprietario del pallone giocava sempre, anche se era una pippa. Il pallone era sempre di una pippa. Il campo a dir il vero non era un granché, in fondo era solo una strada cieca di 60 metri di lunghezza per 10 di larghezza con tutti i trabocchetti possibili: macchine parcheggiate, buche, inferriate con spunzoni, filo spinato, saracinesche di garage, portoni con i vetri e finestre dei mezzanini sempre a rischio. E poi c'erano i vari proprietari, che non erano molto felici delle nostre partite. Una vera divisa sportiva non esisteva, si scendeva con una maglietta bianca i jeans o i calzoni e i mocassini. D'inverno si era costretti al maglioncino girocollo di lana super-aderente che finiva per soffocarti di sudore.

Il pallone quando andava di lusso era un Tango Dirceu o un SuperSantos, ma il più delle volte si giocava con il SuperTele che andava dove voleva lui e se ti ci sedevi sopra lo ovalizzavi all'istante. Ma si giocava sempre. Non c'era pioggia o caldo che ci fermava, non c'erano mamme o nonne che potevano influire sugli orari delle sulle nostre partite, non esisteva nessun Sor Gigetto che poteva fermarci bucandoci un pallone o il Sor Oreste che andava a protestare dalle nostre madri. Solo l'oscurita poteva far finire la partita.

A volte nelle giornate calde dell'estate si interrompeva la partita per andare dal vini & olii a prendere un bel bicchiere di spuma bianca, e nessuna partita poteva finire in pareggio: in qualche modo si doveva concludere e quando scendevano le tenebre. Anche se si stava 32 a 2, c'era sempre qualcono che diceva: "chi fa questo ha vinto".

Tornati a casa, il problema non era che non si erano fatti i compiti, ma l'integrità del nostro vestiario. Buchi ai calzoni o alla suola dei mocassini erano veri e propri drammi. Io temevo tantissimo le scarpe rotte, ne rompevo in continuazione e quando andavo a comprare le scarpe nuove con mia madre mi sentivo sempre in colpa sentendola borbottare "non ce se arriva più". E poi per un po' di giorni non giocavo, ma il richiamo della foresta era fortissimo e un paio di sberle in fondo passano presto.

Acciarini di noi era il più matto, quando il pallone andava su qualche balcone o tetto era sempre il primo ad arrampicarsi, se gli capitava un pallone rimbalzante scaricava sempre una bordata micidiale. Ha bucato centinaia di palloni e rotto decine di vetri, tanto lui era il più fico e giocava sempre, quando il Sor Gigetto ci correva dietro per mollarci qualche sberla era il più veloce e nessuno lo ha mai preso.

Acciarini un giorno comparve al campetto con le Mecap, azzurre con due bande laterali gialle e una para di gomma bianca con la quale si scivolava sempre, ma non era un difetto in un campetto di periferia. Acciarini faceva delle scivolate meravigliose e sempre ti arrivava addosso togliendoti la palla; in fondo chi non si prendeva il rischio della scivolata era considerato un fighetto o di seconda fascia e se non aveva il pallone spesso non giocava.

Ci innamorammo immediatamente di quelle strane scarpe: in pochi giorni comparvero ai piedi di Fazzoletto, Romoletto, Blocco e Fischio che era così mingherlino che quel suolone di gomma pareva che gli arrivasse alle ascelle. Poi erano tremendamente economiche anche se non duravano niente. In realtà bisogna dire non duravano che niente intere, ma con profonde incollature Blocco ci ha fatto tutte le medie con un solo paio di scarpe.

Mia madre mi diceva che quelle scarpe facevano schifo e non me le voleva comprare, ma io avevo l'incubo dei mocassini, e poi ero rimasto l'ultimo a non averle. Un giorno la convinsi ad andarle a vedere a via Boccea, nella zona dei negozi. Prendemmo l'autobus il 46, mia madre mi diceva con insistenza che tanto non me le comprava, ma per me era una vittoria portarla al negozio e non badavo a niente.

Alla fermata del carcere militare di via Boccea salirono due bambini con delle Mecap fiammanti. Erano bellissime, ma molto più belle delle Adidas o delle Puma che avevo sempre desiderato, e poi come diceva Acciarini si tiravano delle cannate che neanche ti puoi immaginare, ed per un tiro ben assestato vale la pena avere i piedi sempre umidi e puzzolenti.

Il puzzo di quelle scarpe era inconfondibile, non era possibile tenerle in casa ma si mettevano in balcone. Tutti i balconi del mio quartiere ne avevano un paio esposto. Una delle battute ricorrenti che dicevamo a Ciccio che aveva l'alito pesante era: Ma che te sei magnato un ragazzino co le Mecap?. In fondo questo era un piccolo difettuccio che era bene tacere a mia madre.

Scendemmo dall'autobus e attraversammo la strada: nella vetrina del negozio troneggiavano diverse paia di Mecap in mezzo ad un mare di mocassini di tutti i tipi e colori. Quando entrammo nel negozio insistetti a lungo per provarle e la spuntai. Ricordo ancora la calda sensazione di avere ai piedi quel mostruoso pezzo di plastica, non erano molto comode ma il gommone ti dava una importanza ed una senzazione di stabilità incredibile. Le cuciture della tomaia erano un po' rabberciate e per questo i primi giorni facevano sempre qualche bolla, ma poi passava, e il gommone con il tempo si vulcanizava e diventava viscido come il dorso di un'anguilla.

Ma questi erano solo effetti collaterali. Quando mia madre vide il prezzo delle scarpe si convinse rapidamente che in fondo per un ragazzino della mia età avere i piedi nei mocassini di cuoio non era una priorità della vita e me le comprò.

Non ricordo quanto durarono ma sicuramente poco, e neanche se poi ne comprai altri paia: ricordo solo che con le Mecap ai piedi uscii dall'incubo di distruggere un bello e sano paio di mocassini.

Per PAGINE 70
Fabrizio Fontana*
www.novamag.it


*Fabrizio Fontana, 43 anni, nato e cresciuto a Primavalle, nella perferia romana, avrebbe un passato da calciatore, se un un ginocchio e la sorte non gli avessero interrotto la carriera. Oggi invece fa il dirigente in una multinazionale e ogni tanto sogna di tornare in campo.

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